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Fare e disfare: pensieri sparsi sul (nostro?) lavoro

Questo articolo doveva essere un (mio) viaggio alla seconda edizione del Festival della letteratura working class organizzato da Edizioni Alegre, dal Collettivo di fabbrica lavoratori GKN Firenze e dalla Soms Insorgiamo in collaborazione con Arci Firenze, tenutosi ad aprile 2024 a Campi Bisenzio, Firenze. L’avevamo deciso per dare spazio, in questo numero sul lavoro, all’instancabile, solida e vividissima lotta che dal 2021 il Collettivo di fabbrica GKN porta avanti dal 9 luglio di quell’anno, quando 422 operai furono licenziati con una e-mail.

Poi il lavoro (sic!) si è messo in mezzo. Ero all’estero per un progetto e non sono riuscita ad andare. Quindi, questo articolo sembrava potesse diventare un viaggio virtuale, in cui mi sarei fatta accompagnare dalle voci di due persone, Francesca Gabbriellini e Francesca di Marco. L’idea poteva essere parlare di lavoro su codici404 partendo da questo pezzo di lotta presente.

Poi gli impegni e le agende piene, i progetti su cui veniamo pagate, e il ritardo nella composizione del numero. E, di nuovo, questo articolo è diventato un’altra cosa. Cosa, non mi è chiarissimo. Forse un breve viaggio nel mio rimuginare: io che ho 36 anni e il primo lavoro vero l’ho iniziato a Codici nel 2018, per poi scoprire che poche persone attorno a me lo considerano un vero lavoro. Forse è una scusa per accennare, per chi non ne fosse a conoscenza, a Insorgiamo e alla storia del Collettivo di fabbrica GKN. Forse ancora, è un viaggio fatto di domande sul lavoro, in compagnia di Francesca Gabriellini e delle parole di colleghi e colleghe di Codici a cui, in preparazione di questo numero, abbiamo chiesto di raccontarci in forma anonima quali fossero gli elementi di benessere e di malessere associati al lavoro.

Forse questo viaggio è tutte queste cose insieme.

Prima di partire, faccio una premessa importante. Hanno parlato in tanti e tante della storia del Collettivo di fabbrica e di tutte le tappe della vertenza. Si trova moltissimo materiale scritto e pubblicato dal Collettivo o da altre persone che si occupano di informazione, attivismo, letteratura, ma anche raccontato a voce, fotografato o messo in scena. Se non conoscete tutta la loro storia o ne conoscete un solo pezzo, in fondo all’articolo vi lascio alcuni suggerimenti.

Ma dovete tenere il passo, affrettarvi! Sembra che non si fermeranno facilmente. Se ci distraiamo un attimo rischiamo di perderci decisioni importantissime, come quella di lanciare una campagna di azionariato popolare oppure quella delle ultime settimane che ha visto impegnati sette operai del Collettivo di fabbrica, ancora in presidio in piazza Indipendenza a Firenze, in uno sciopero della fame durato 13 giorni.

Ho avuto l’impressione che da questa vicenda – che necessita e merita piena solidarietà e costante attenzione – si possa imparare anche da lontano, tale è la portata della loro azione e del loro pensiero. Inoltre, ci sono molte occasioni per conoscerne la storia dalla voce stessa di chi ha fatto parte della mobilitazione. Per vederla da vicino vicino vicino c’è sempre tempo e spazio. Seguite gli aggiornamenti sul loro sito e sulla pagina Facebook e Instagram, o mostrate sostegno a tutti gli eventi organizzati, come l’ultimo, il 12 luglio a Firenze, un concerto organizzato come abbraccio Collettivo a tre anni dall’inizio della lotta.

«E avanti insieme
uniti a lottare
tutta la settimana
la passo qui con te»
Collettivo di Fabbrica Lavoratori GKN – Occupiamola! Coro ideato dagli operai stessi nei primi giorni di presidio

Se penso alla parola lavoro e mi soffermo pochi secondi, dentro ci trovo un mondo. Ci siamo così tanto abituate a usarla che tornare alla definizione sembra un esercizio di stile: provateci, qui, qui o qui.
La parola lavoro ha così tanto di acuminato dentro, che se mi dovessi sedere in cima alla pila di cose che rappresenta non so se starei comoda o scomoda.

Travagghiari, lavorare in siciliano, «deriva da un latino tardo *tripaliare col significato di ‘torturare col tripalium’»

Nei primi cinque mesi del 2024, 286 persone sono morte sul luogo di lavoro secondo l’INAIL. Nel 2022 tre studenti sono morti durante le attività di alternanza scuola-lavoro. Nel breve tempo di revisione di questo articolo sono morti a distanza di poche ore Satnam Singh e Pierpaolo Bodini. Il primo, 31 anni, bracciante agricolo senza documenti, è morto dopo essere stato abbandonato dal suo datore di lavoro davanti a casa sua, in seguito a un incidente con un macchinario. Il secondo, appena diciottenne e regolarmente assunto, è morto schiacciato da una componente della macchina seminatrice che si apprestava a usare.

«Amou daquela vez como se fosse máquina
Beijou sua mulher como se fosse lógico
Ergueu no patamar quatro paredes flácidas
Sentou pra descansar como se fosse um pássaro
E flutuou no ar como se fosse um príncipe
E se acabou no chão feito um pacote bêbado
Morreu na contramão atrapalhando o sábado»
Construção – Chico Buarque

La prima volta che formulo la domanda «Cos’è per te il lavoro?», per sottoporla ai colleghi e alle colleghe, penso subito che nel mio caso è la possibilità di mantenermi economicamente. Prima ancora di potermi far venire in mente dell’altro – perché dell’altro c’è! – mi ricordo che devo dei soldi a una persona che ha anticipato una spesa per me. Faccio log-in sul mio conto bancario online. Vedo «saldo contabile: 100€». Faccio log-out. Torno sul word.

Il lavoro è avvolgente, un po’ come una sostanza gassosa. Ci stiamo immerse, abbiamo l’impressione di poterci muovere liberamente, dentro e fuori. Allo stesso tempo sembra avere la stessa consistenza dello slime con cui giocavo da bambina: lo modelli, lo puoi tirare tirare tirare e tirare, poi però rischia di macchiare i vestiti e un po’ le pareti, quindi alla fine ti rimane attaccato da qualche parte. O ci rimani attaccata tu.

«Il lavoro può dare soddisfazione, gratificazione, apprendimento così come fatica, sfruttamento, ripetizione e non sempre il confine tra aspetti positivi e negativi è netto e facilmente individuabile.» collega di codici

Ma io lavoro Per non stare con te Preferisco il rumore delle metro affollate A quello del mare

«Il lavoro per me è sostentamento, desiderio, fatica, droga, ansia, fiorire, cambiamento, definizione.» collega di codici

«I was happy in the haze of a drunken hour
But heaven knows I’m miserable now
I was looking for a job, and then I found a job
And heaven knows I’m miserable now»
Heaven Knows I’m Miserable Now – The Smiths

«In fisica, il lavoro è pari al prodotto tra la forza e lo spostamento. Ma dove ci porta il lavoro? Il lavoro è quello che faccio o sono io? Ha ancora senso che esista il lavoro?» collega di codici

Francesca Gabriellini fa parte di quel gruppo di ricerca solidale alla vertenza del Collettivo di fabbrica che è stato mosso da un criterio di utilità sociale, da persone che si sono avvicinate fisicamente alla fabbrica, per dare supporto, come militanti. E che, poco dopo, hanno iniziato a ingaggiarsi diversamente, «a servizio della mobilitazione». Mi racconta di quanto sia stato importante questo passaggio nella vita di chi ha fatto parte del gruppo di ricerca solidale. Perché? Per ribilanciare quel senso di frammentazione identitaria che è tipico di lavori, come quello della conoscenza, in cui «c’è questa grossa problematica della passione che ti muove» ma si fatica a vedersi interi e non solo realizzati nella pubblicazione, nel prodotto specifico del proprio lavoro. Lavorare in questo gruppo, dice Francesca «ci ha anche fatto interrogare con maggiore intensità sul perché lavoriamo e sulla traiettoria che possiamo imprimere al nostro lavoro, quali ricerca intraprendere e quale conoscenza contribuire a costruire».

«Ho sempre desiderato che il lavoro fosse realizzazione, benessere, fare la differenza, aggiungere valore, tempo energia», scrive un collega o una collega, spostando l’attenzione da una definizione al presente, che racconta lo stato delle cose, a un’idea in divenire di ciò che si desidera che il lavoro sia, con l’accento sul processo che può portare a costruire qualcosa di diverso, che risponda al proprio desiderio.
Mentre affastello questioni che mi sembrano legate al lavoro – al nostro lavoro? Al lavoro di chi? – vedo un messaggio di mio padre su whatsapp. Mi inoltra un articolo che si intitola «Concorso Funzionari Ministero dell’Interno 2024 per 1248 posti: Bando». Scorro velocemente il testo per capire cosa dovrei fare, se lo passassi ‘sto concorso. Non trovo nulla. Inizio a compilare un messaggio per mio padre: «Grazie pa’, ho dato un’occhiata, non si capisce bene neanche quale sia il lavoro. Per adesso sto bene a Codici, mi piace, quello che faccio mi dà una certa soddisfazione e le relazioni con colleghi e colleghe sono ottime, e anche con le persone che incontro lavorando». Poi cancello il messaggio, mi suona retorico e comunque non capirebbe. Rispondo: «Grazie pa’!».

«Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare»
Preferisco il rumore del mare – Dino Campana

Se rifletto con attenzione a quello che ci fa stare bene, che forse assomiglia proprio a quello che desidereremmo fosse il lavoro, trovo due elementi ricorrenti. Il primo è l’impatto del proprio lavoro sul mondo, sul contesto in cui si agisce. Qualcuna lo chiama effetto, altri cambiamento, altre ancora impatto. Il secondo sono le relazioni, i rapporti interpersonali, le collaborazioni, l’incontro e l’approfondimento. Sono fonte di benessere, di crescita, di acquisizione di conoscenza di ciò che non ci è necessariamente familiare. Mi sembra che siano due elementi che rendono il lavoro – che già pare di difficile definizione – ancora più complesso in termini di acquisizione di senso.

Il senso del lavoro ricompare ancora nella mia chiacchierata con Francesca, quando le chiedo una mano a capire una cosa che continua a capitarmi e che si è accentuata leggendo il materiale della vertenza del Collettivo di fabbrica GKN e di tutto il percorso che ne è seguito. Mi sembra di vivere una contraddizione costante, per cui da un lato mi identifico con i pensieri sulla fine del lavoro – meme politicamente impegnati compresi – dall’altro il lavoro costituisce in buona parte la nostra esistenza, contribuisce alla costruzione della nostra identità e riempie il nostro tempo. È, dunque, così importante che ci mobilitiamo per difenderlo.

Mi interessa questo snodo di contraddizione, per quanto affrettata, perché mi pare che possa generare domande, permettendo di aprire delle strade. Su questo le chiedo quali spunti arrivino dall’esperienza ex-GKN, vicina a un mondo dove sembrerebbe, dall’esterno, più semplice definire il lavoro, dare un senso al termine e dei confini a ciò che nella pratica significa.

Francesca mi risponde dicendo che, in un certo senso, c’è stata una risignificazione del concetto di lavoro nel processo Collettivo di ex-GKN, grazie al tipo di comunità attivata dal modo in cui il Collettivo parla di lavoro.

«E fai l’estetista e fai il laureato
E fai il caso umano, il pubblico in studio
Fai il cuoco stellato e fai l’influencer
E fai il cantautore ma fai soldi col poker
Perché lo fai?»
Una vita in vacanza – Lo Stato Sociale

Nell’incontro tra il gruppo di ricerca solidale e gli operai della fabbrica – il maschile è necessario – è nata una domanda. Ricorda Francesca pensieri e riflessioni non solo sul cosa faccio, io come operaio, ma anche sul perché lo faccio hanno iniziato a circolare durante l’assemblea dei lavoratori. Che futuro sto costruendo? In questi termini, se la risposta diventa, nel lavorare sono parte di un percorso per costruire una fabbrica pubblica socialmente integrata, questa risposta va nella direzione di dare un senso. «Un senso non soltanto al tempo del lavoro, ma anche al tempo passato con gli altri, al tempo delle relazioni, con il territorio, con la comunità».

In questo il lavoro diventa relazione, la relazione diventa incontro e contatto e commistione, convergenza, comunità. Questa esperienza in evoluzione ha aperto la fabbrica a mondi con cui la fabbrica non si era mai incontrata e che mai l’avevano incontrata. Ha creato incontri, poi divenuti legami, tra persone di età, background socio-economici, condizioni materiali e lavorative diversi – contratto, tipo di lavoro, specializzazione – permettendo loro di immaginarsi insieme nel cambiamento.

Lo scambio di punti di vista tra persone, il mutuo aiuto e il suggerimento, la capacità di prendere spunto o di dare spunto.

La domanda sul lavoro – il proprio, quello che si vorrebbe, quello che non si ha più, quello che si è lasciato, quello che si è perso, quello che si avrebbe voluto fare – e sul suo senso oggi del lavoro ha il potere di spezzare e ricomporre.

La storia del Collettivo di fabbrica lavoratori GKN Firenze, di Insorgiamo, e della vertenza che va avanti da oltre tre anni, ha fatto da sfondo a questo testo, ma non solo perché mi ha dato un bel pensare e perché a distanza ci suggerisce, in prospettiva, indicazioni di movimento. Ma fa da sfondo proprio nel senso di qualcosa che rompe il fondo ed esce dall’altro lato.

etimologia della parola sfondare https://www.etimo.it/?term=sfondare

Pensando alla vertenza del Collettivo di fabbrica e alla mobilitazione con Insorgiamo mi sono immaginata un processo che si muove, fatto di persone, complessità, gruppi, bisogni desideri diritti, un flusso che attraversa lo spazio e le istanze in orizzontale e in verticale. Un processo che entra ed esce da un liquido. Un liquido che fa perdere il respiro ogni tanto perché entra nei polmoni, un liquido che in parte riempie un contenitore, si distribuisce su degli strati di passato che gli hanno permesso di apprendere e si riversa una linea-tempo in cui ciò che è accade potrebbe accadere ancora, qui e altrove.

«la scoperta, l’apprendimento, quello che imparo sul mondo e sulle relazioni intersoggettive; mi fa stare bene il modo in cui lavoriamo, aperto, orizzontale, autocritico, partecipativo; mi fa stare bene non sentirmi sola e lavorare insieme ad altre persone.» collega di codici

Torna sotto, torna su, cambia e porta sotto l’acqua nuove cose e porta fuori nuove cose e prende dal passato quello che è rimasto lì in eredità di buono, lascia, dimentica, vuole far mutare ciò che del passato ha costretto, sfruttato, reso l’io protagonista, dividendo il plurale, per rilanciare e divenire un noi.

«l'io è ormai diventato un noi». Da un post su Instagram di @insorgiamoconilavoratorigkn del 9 aprile 2024 a chiusura della seconda edizione del Festival di Letteratura Working Class.

 


 

Spunti di lettura in ordine sparso

Una ricostruzione cronologica di quanto accaduto da luglio 2021, curata dal Collettivo di fabbrica.

Alcuni articoli che arricchiscono la ricostruzione e la storia della vertenza dal 2021 a oggi: su Jacobin Italia (qui, qui e qui), Altreconomia (qui), Minima et moralia (qui) e Il Manifesto (qui). E un aggiornamento recente su Internazionale “Spiragli di luce nella vertenza più importante d’Italia” di Francesca Coin.

Due libri editi da Edizioni Alegre: “Insorgiamo. Diario Collettivo di una lotta operaia (e non solo)” di Collettivo di fabbrica Gkn e “La fabbrica dei sogni” di Valentina Baronti.

Un piano: “Un piano per il futuro della fabbrica di Firenze Dall’ex GKN alla Fabbrica socialmente integrata”.

Un podcast: “Lo scherzo – Il caso Gkn, lotta operaia del terzo millennio” .

Uno spettacolo teatrale: “Il capitale. Un libro che non abbiamo ancora letto” un progetto di Kepler-452.

Un archivio affettivo di qualcun* che è effettivamente andato al Festival di letteratura working class (Layout Magazine) in particolare il mio pezzo preferito “Vedo doppio oppure / ho due felpe GKN” di Demetrio Marra ma anche “GKN, scrittura, classi, Shrek, cacca di gatto. Una resa dei conti” di Dimitri Milleri.

 


Note

1 Francesca Gabbriellini è dottoranda in storia all’Università di Bologna e parte del gruppo ricerca solidale GKN. Ho chiacchierato con lei il 27 marzo 2024.

2 Francesca di Marco è parte di SOMS Insorgiamo e va ringraziata per la sua gentilezza e disponibilità all’ipotesi di sentirci, cosa che poi non è avvenuta.

 


Foto ☉☉ Palermo, 2018

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